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GLI ORFANI onore - miseria - giustizia Perchè questa mia libera interpretazione de’ “Gli Orfani”Gran parte della narrativa verghiana oltre al tema della roba, è ispirata al mondo degli umili e dei diseredati che rispondono all'etica dell'onore. Incuriosito ed interessato dal tema, cercavo lo spunto per scrivere di ciò. Così sfogliando le pagine del Verga mi sono imbattuto nella novella “Gli Orfani”. Mi ha colpito la parola "Orfani" . Non so per quale strano collegamento mi è subito venuto in mente il mondo in cui noi oggi viviamo. Forse perchè la questione sociale, sempre presente nelle pagine del Verga, ha un forte legame con il concetto di libertà e giustizia; forse perchè la rabbia e l’impotenza del popolo, ieri come oggi, manifestano un disagio sociale verso i potenti di turno. Sta di fatto che mi sono chiesto: Orfani di che cosa? Orfani della famiglia, Orfani dell'onore, Orfani dell’onestà, Orfani della giustizia, Orfani di una società giusta. Nel Verga il senso di questi valori è racchiuso in un unico tempio: la casa. La morte di comare Nunzia e la disperazione del marito compare Meno così come narrata dal Verga nella novella, mi danno il suggerimento di base, l’ispirazione per gli argomenti da trattare nella trasposizione teatrale. La famiglia con le leggi d’onore che la regolano e le conseguenze sociali in caso di violazione del focolare domestico; la società sommersa che traspare tra le riga delle novelle verghiane. Questi gli argomenti che mi interessavano. Se è pur vero che nel Verga è sempre presente la sconfitta dell'individuo e del suo isolamento e altrettanto vero che i personaggi verghiani vivevano in un mondo dove certi valori, a differenza del mondo in cui oggi viviamo, erano pura religione. Da una più attenta analisi del sotto testo, questo contesto sociale rivela dei comportamenti nascosti molto simili a quelli che ai nostri giorni per un malinteso senso di “evoluzione” sono drammaticamente palesi. Per parlare di questi temi, nascono i personaggi di Carmine, di Saridda, di Don Ferrante e dello Ziu Cheli. Saridda trasgredisce all’etica della famiglia, ma la sua “trasgressione”, che a prima vista può sembrare mossa da mera avidità, deve essere inquadrata in quell’ottica religiosa dei valori già accennata . Saridda deve fare i conti con la vita. La sua è una vita di miseria e di stenti che le dà tanta solitudine e tanta tristezza. E così come in “Pane nero” Lucia abbandona la sua famiglia per andare a vivere con il vecchio padrone che gli fa la dote, Saridda è costretta a scegliere la sua sopravvivenza sacrificando l’onore della casa e il buon nome della sua famiglia. In fondo, sacrifica se stessa, l’amore per Carmine, quanto ha di più intimamente caro, finanche la vita del padre, per scappare dalla miseria. E così scopriamo che anche l’amore deve sottostare alle leggi di una vita aspra e dura. Di tutto ciò Saridda è pienamente cosciente. “...invece di essere miserabili e disgraziati ognuno per conto nostro lo saremmo stati assieme” grida in faccia a Carmine. Carmine, questo personaggio che da volto e corpo al lato ingenuo della vita, quella parte, forse sempre più piccola, che è presente in ognuno di noi e ci da la forza, o l’illusione, di sperare nel futuro, un piccolo frammento di quell’etica dell’onore di cui parlavamo all’inizio. Egli stesso dice a Saridda, riportando le parole del padre, quando cerca di convincerla ad abbandonare il suo insano proposito: “...fai onore alle tue origini e alla tua famiglia...comportati sempre da uomo onesto e corretto” questa la religione insegnatela dal padre. Una religione, quella della santità del focolare domestico, alla quale credeva fermamente anche lo ziu Cheli, padre di Saridda, che per rimanere legato a questa etica , sacrifica la sua stessa vita. Il mio pensiero è: le difficoltà a cui andavano incontro i personaggi verghiani sono molto simili a quelle dei figli della nostra società. La storia si ripete. Anche nel nostro mondo così detto civile, capita di trovarci davanti ad accadimenti in cui uomini e donne vendono la propria dignità, il proprio onore per estremo bisogno. Nessuno, però, può sfuggire al destino. Trovandomi a leggere alcuni fatti di cronaca contemporanea, la mia mente è andata ad alcuni racconti che ho udito da anziani contadini. Storie che parlano di situazioni ed eventi reali di cui direttamente o indirettamente erano stati testimoni. Il periodo di riferimento dei racconti è l'inizio del 1900, quindi abbastanza vicino all'epoca in cui il Verga scrive. Scatta allora, ancora una volta, la molla del parallelismo con la nostra epoca. Nel testo teatrale de “ Gli orfani” compare la parola "ripustaturi", uscita fuori dai ricordi dei miei "informatori". In questo termine, dal suono antico, è contenuto tutto un ambiente sociale abitato da insospettabili. Il mondo sommerso di cui parlavo prima. A quell’epoca, quando avvenivano dei furti di bestiame, gli autori, portavano gli animali rubati nei possedimenti dei baroni o facoltosi proprietari terrieri mescolandoli con le loro mandrie. Nessuno sarebbe andato a cercare la refurtiva nei possedimenti dei baroni. Da uno di questi racconti nasce il personaggio di Don Ferrante che apparentemente appartiene alla borghesia, un mondo pulito, ma che in realtà, al suo interno, nasconde intrighi, prepotenza e corruzione. Identico! Identico! come da noi oggi. Don Ferrante è un uomo che specula sulle disgrazie altrui e non si fa scrupolo alcuno per ottenere quello che vuole. Nel caso specifico lui vuole Saridda, della quale è solamente invaghito. Un capriccio per mostrare la sua potenza. Qualcosa comunque è cambiato! Oggi i vari Don Ferrante si presentano sotto vesti più raffinate. Li vediamo dietro un tavolo presidenziale di qualche grossa multinazionale intenti a concludere grossi affari, li incontriamo nelle stanze dell’economia e della finanza, una sorta di strozzinaggio autorizzato, li incrociamo nei corridoi del potere. Nel tempo della tecnologia e della comunicazione, il Don Ferrante di turno è un uomo che deve conoscere bene i meccanismi del potere che si esercita attraverso la gestione dell’economia, della finanza e della politica. Tutto ciò ci riporta al bisogno che ha il popolo di legalità e di giustizia. Quasi come allora!!! Si perchè allora come ora, il potente ha avuto sempre garantita l’impunità. “...lo sappiamo tutti” dice lo ziu Cheli “come don Ferrante è “imparentato” con la giustizia: è amico dei baroni e i baroni hanno sempre ragione”. Lo ziu Cheli è la voce del popolo, il popolo sfiduciato che non va a raccontare e a denunciare dal brigadiere, quel “forestiero”, l’accaduto. Lo stato era lontano dagli umili e dagli onesti perché “la legge e la giustizia la fanno i baroni in ogni parte del regno”. Giovanni Ielo |